Milan Men’s fashion week a/i 2016: sì o no?

Premesso che convivo con un uomo che guardarobisticamente parlando combatte ogni mattina fra una naturale inclinazione agli anni ’90 e la croce di stare con una fashion blogger, ammiro la gente che sperimenta e ancor più i designer che decidono di osare in passerella.
Credo che l’idea di gender sia obsoleta. Che un uomo possa aspirare a qualcosa di più strano che una tshirt, una camicia, un cappotto e un cappello sulle ventitré.
Certo, poi, non sempre le ciambelle riescono col buco e chi come me non sa cucinare ma ama i dolci vede la fashion week un’occasione ghiotta per dire la sua.

 

Ecco i miei sì, i miei no e i perché.

 

Sì.

 

Prada. Sì, perché Prada è come il cioccolato. Una certezza nella vita a cui non potresti mai rinunciare. Il gusto è quello, inconfondibile, ma ogni volta Miuccia aggiunge o toglie due semplici ingredienti e rivolta il palato come un calzino. Strepitose le camicie-natura morta e la linea di cappotti e giubbini sbarcati dal futuro.

 

Gucci. Simone Marchetti aveva ragione: una collezione meravigliosa. Ogni pezzo è un dipinto. Pennellate di passato che si mescolano al presente. Un tripudio di colori, trame e stampe fiorite, portati con la massima disinvoltura. E bravo, Alessandro. Ho sempre difeso le tue ciabattine di pelo, volevo dirtelo!

 

Fendi. Tartan in tutte le salse (e dio solo sa quanto ami il tartan e le salse), pellicciotti, borse pelose. L’uomo yeti di Fendi mi ha conquistata.

 

Msgm. La collezione, schematica e geometrica, mi ricorda Mondrian. Massimo, però, riscalda i colori primari con il beige, che fa tanto a/i. Il suo tocco è sinonimo di ordine e pulizia. Il prossimo weekend lo invito a casa mia, va.

 

Marras. Una bella storia. Seguendo l’ordine degli abiti mi è parso di vedere un uomo di campagna che prende le sue cose e va vivere in città. E in questo viaggio, a piedi, lungo una strada costellata di fiori l’uomo incontra una donna. (L’ultima donna sulla terra, probabilmente.)

 

Dolce & Gabbana. Sempre bravi. Quando fanno, fanno bene. (Sperando che ora paghino anche le tasse). Questa volta il tema è il west, perché nella loro amata Sicilia Sergio Leone ci ha girato diversi film. E giù di pistole, lazzi e cowboy ricamati su cappotti, felpe, pantaloni, tute e pregiati blazer. Sempre per la teoria transgender ho la fregola del roseto su total denim che è uscito a fine sfilata. N.B. Stefano sei ingrassato.

 

Missoni. Quando le sfilate le vedi dal vivo, anziché online, le apprezzi di più, perché nasce il Legame. Lo stesso filo che si crea a teatro fra te e gli attori e ti fa battere le mani fino a consumare il palmo anche se lo spettacolo ti è piaciuto così e così.
Con questo non voglio dire che la sfilata di Missoni, un lento navigare attraverso le calde sfumature dell’autunno nella cornice del chiostro della Statale, mi sia piaciuta così e così, anzi. Ne approfitto solo per fare un appello alla Famiglia: invitatemi anche l’anno prossimo, eh!

 

Marni. Mia zia lavorava per sua nonna. Forse per questo sono inconsciamente affezionata alla Castiglioni. Amo le sue forme morbide e pulite al tempo stesso, i colori freddi anche quando sono caldi, gli abbinamenti tranchant. Niente orpelli, ma sostanza. E delle sneakers da salto in alto.

 

Brioni. Misura e sobrietà: nel guardaroba di un uomo non possono mancare così come il nero e il grigio. Il che non significa Noia, tutt’altro. Brioni ci insegna soltanto a dosare l’entusiasmo con classe. E io, direi che imparato la lezione.

 

Ni.

 

Dsquared2. I sontuosi cappotti da samurai di Dean e Dan mi sono piaciuti parecchio. Decisamente più dei kilt plissettati dei loro antagonisti scozzesi. Diciamo che salvo metà sfilata. Dentro Dean, fuori Dan.

 

Richmond. Del rock anni ’70 apprezzo più la musica dell’abbigliamento, soprattutto quando si parla di abbigliamento maschile. Colgo, però, e apprezzo il tentativo mickjaggeriano di Richmond. Il chiodo di pelo è molto nelle mie corde!

 

Trussardi. Sempre istess. La collezione nel complesso è bella, tagli e materiali raffinati, ma c’è più manierismo che grinta. Guardando e riguardando i singoli pezzi ho come la sensazione di un dejàvu: c’è un po’ di Prada degli anni scorsi, un po’ di Marni, un po’ di MSGM, un po’ di Missoni. Gaia, Gaia…

 

No.

 

Bikkembergs. Quando ho varcato lo spazio di Via Tortona sapevo benissimo che stavo entrando a Tamarropoli. E, infatti. Cappotti doppio petto nudo, maglioni giro muscolo, chilometri di pelle senza cervello. Spericolata l’idea dei motociclisti in tuxedo nero imbalsamati sulla passerella, colonna sonora il moto GP. Prudente, invece, lo stilista che, alla fine, è uscito col casco. Forse non ha avuto il coraggio di farsi vedere in faccia.

 

Marcelo Burlon County of Milan. La sperimentazione mi piace ma gli schizzetti di vernice su pantaloni, maglie e mantelle e quella quarantina di pennellate distratte su un completo non mi sembra arte. Lo so che ora Marcello mi scatenerà contro le maledizioni di tutti gli sciamani che conosce, ma a me piace il suo percorso come persona, non la collezione.

 

Calvin Klein. Quando ho visto certi impermeabili, i cappucci dei parka e le cinture in pura carta di cioccolatino mi è venuto il dubbio che ci fosse lo zampino della Lindor.

 

Armani. Giorgio va per conto suo. Controcorrente. Del resto lui è Re e se lo può permettere. Questa volta, però, mi sembra che a Palazzo regni il caos. Qual è il tema della collezione?
Dal Navy si salta al western passando per le frasche del Giappone.
Non so, sono io a non stare al passo?, disse lei.
Tagliatele la testa, disse lui.

MILAN MEN'S FASHION WEEK: YES OR NO?

Bearing in mind that I live with a guy who fashion-wise is constantly torn between a natural inclination towards the nineties and carrying the cross of having a fashion blogger for a girlfriend, I really admire people who push boundaries, and especially designers who decide to dare on the catwalk.

My personal opinion is that the concept of gender is dead. That men can aspire to something a bit more inspired than a t-shirt, a shirt, a coat and a peaked cap.

But of course you win some you lose some and people like me, who can’t cook but love eating, see fashion week as a greedy opportunity to speak their mind.

 

So here goes with my yes, nos and maybes.

 

Yes

 

Prada. Prada is like chocolate. One certainty in life in you can’t live without. The taste is the same unique one, but each time Miuccia adds or subtracts two simple ingredients and totally reinvents the recipe. Amazing still life-shirts and coats and jackets straight out of tomorrow.

 

Gucci. Simone Marchetti was right: it’s an amazing collection. Every piece is a masterpiece. Brushstrokes from the past that mingle with the present. A riot of colors, textures and floral prints, all worn with absolute effortlessness. Well done Alessandro. And you know what? I’ve always defended your furry slippers!

 

Fendi. Tartan cooked up every which way (and god knows I love tartan and anything cooked). Furry furs, hairy bags. The Fendi yeti-man sure won me over.

 

Msgm. The collection, schematic and geometric, brought to mind Mondrian. Except that Massimo warmed up his primary colors with beige, which is so great. His style shouts order and cleanliness. Come to think of it, maybe I’ll invite him over to my apartment next weekend.

 

Marras. Good stuff. Watching the outfits unfold, I saw a country guy who packs up his stuff and moves to the city. And along his journey, on foot, in a street lined with flowers, the guy meets a girl. (Probably the last girl on the planet).

 

Dolce & Gabbana. Always cool. When they do it, they do it well. (Let’s just hope they pay their taxes this time). This season the theme is Westerns, because their beloved Sergio Leone made a ton of films in Sicily. So they let loose with guns, lassoes and cowboys sewn on coats, sweatshirts, trousers, dungarees and precious blazers. And in line with my gender fluid idea I have a fregola for the rose garden on total look denim that came out at the end of the show. N.B. Stefano you’ve gained weight.

 

Missoni. When you see fashion shows live rather than online you appreciate them more, because a bond is formed. The same bond that is formed between you and theater actors that makes you clap till your hands hurt even when you think the show was average.

Not that I thought the Missoni show, a leisurely cruise through warm autumn shades against the stunning backdrop of the State University, was average – absolutely not. I just thought I’d use this opportunity to try to get a message through to the Family: invite me back next year, please!

 

Marni. My Aunt worked for her Grandma. Maybe that’s why I subconsciously always love Ms. Castiglioni. I love her shapes – soft and clean at the same time, and her colors – warm even when they’re cool, the cutting-edge combinations. No frills, just substance. And high-jump sneakers.

 

Brioni. Simplicity and sobriety: elements that are as important in a guy’s closet as black and gray. Which doesn’t mean Boring, actually quite the opposite. Brioni just teaches us to dose enthusiasm with class. And I have to say I’ve learned the lesson.

 

Maybe

 

Dsquared2. I liked Dean and Dan’s sumptuous Samurai coats, a lot. Definitely more than those Scottish pleated kilts. Let’s say I’d save half the show. I’ll take Dean, I’ll leave Dan.

 

Richmond. I appreciate 70’s music more than 70’s clothes, especially when it comes to men’s clothes. But I have to say that I really enjoyed Richmond’s mickjaggerian effort. And the fur biker jacket is totally in my comfort zone!

 

Trussardi. Same old same old. The collection as a whole is beautiful – stunning shapes and refined materials, but it was more mannerism than guts. Looking back at the single pieces I have a feeling of déjà vu: there’s a bit of last year’s Prada in there, a bit of Marni, a bit of MSGM, a bit of Missoni. Gaia, Gaia…

 

No

 

Bikkembergs. The minute I stepped into the venue in Via Tortona I knew I was entering trailertrashheaven. And I wasn’t wrong. Double-breasted coats over naked chests, sweaters over muscles, miles of brainless skin. The idea of mummified bikers in black tuxedos on the catwalk to a MotoGP soundtrack was pretty reckless. The idea of the designer coming out wearing a helmet at the end of the show was pretty wise. I guess he wasn’t brave enough to show his face.

 

Marcelo Burlon County of Milan. OK, so I love experimenting, but don’t tell me those paint splatters on pants, sweaters and capes and forty mindless brushstrokes on a suit are art. And I know Marcelo will probably now wage the curse of every shaman he knows against me, but whilst I love his personal journey, I can’t say I liked the collection.

 

Calvin Klein. Seeing some of those raincoats, parka hoods and belts made out of chocolate wrappers I couldn’t help thinking of a designer collaboration with Lindor.

 

Armani. OK, so Giorgio is in a league of his own. The original boundary pusher. After all he’s the King and he’s allowed to do whatever he wants. But this time it looks to me like chaos reigns at the Palace. What actually was the theme of the collection?

From the Navy it switched to Western stopping off in Japan on the way.

Was it just me who didn’t get it? Said she.

Off with her head, said He.

    1. Written by Daniela Zuccotti

      Photo via style.com, elle.it

      Illustration via etsy.com, tumblr.com, pinterest.com

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