Datemi un martello: la fregola della Fondazione Prada

Datemi un martello.

Che cosa ne vuoi fare?

Lo voglio dare in testa a chi non mi va…

 

Ho infilato cento lire nel jukebox del Bar Luce e, convinta fosse solo un oggetto di bellezza in tono con i tavolini anni 50, i flipper e il bancone con le caramelle, ho premuto il codice di una delle mie canzoni preferite: Rita Pavone si è messa a cantare a squarciagola, io ho cominciato a ballare e tutti gli hipster e le fashion victims in visita alla Fondazione Prada si sono girati a guardarmi male. Malissimo. Rotto il ghiaccio con la prima Zucconata, mi sono sentita a mio agio. Così ho fatto amicizia con i barman in camicia bianca e papillon nero, ho giocato a flipper per un quarto d’ora e, dopo aver dato il peggio di me fotografando e instagrammando ogni centimetro del locale disegnato da Wes Aderson, sono andata a scolarmi la mia aranciata amara in una di quelle graziose poltroncine in stile con porta vivande incorporati.

Fuori dal bar ho scorrazzato su e giù per tutto il perimetro in cemento di quella che ai primi del 900 era una distilleria. Il sole appoggiato sui muri, lo spazio geometrico, le ombre, il rigore degli edifici industriali ha reso ogni istante una cartolina da immortalare nel pensiero. Naturalmente, con il suo hashtag. Alla galleria Nord ho sbirciato le opere di In part, mostra in corso fino a ottobre. La prossima volta vado a vedere Hirst. Peccato non essere riuscita a vedere qualcosa al cinema: non so, un film nostalgico come le sue poltrone in velluto verde avrebbe completato la mia gita.

È proprio un posto meraviglioso, la Fondazione Prada. Se fossi Miuccia, le mie sfilate le farei tutte qui. (So di averlo già detto. Sono un martello?)

IF I HAD A HAMMER: THE FONDAZIONE PRADA FREGOLA

If I had a hammer,

I’d hammer in the morning,

I’d hammer in the evening,

All over this land.

 

I put 10 cents in the jukebox at Bar Luce and, thinking it was there for show to go with the fifties-style tables, pinball machines and candy covered counter, pressed the number of one of my favorite songs: Rita Pavone started singing her heart out, I started dancing, and all hipsters and fashion victims who were visiting Fondazione Prada turned round and stared at me. Really badly. So after breaking the ice with the first Zucconata, I started to feel at home. I made friends with the bartender in a white shirt and black bow tie, played pinball for fifteen minutes and, after giving my worst taking pictures and instagramming every last centimeter of the Wes Anderson style bar, I went to down a bitter lemon in one of those gorgeous armchairs with the built-in snack table.

Outside, I sauntered around the concrete perimeter of what at the beginning of the twentieth century was a distillery. The sun beaming down on the walls, the geometric space, the shadows, the strong shapes of the industrial buildings turned every moment into a postcard immortalised in your brain. Naturally, with a hashtag. At the galleria Nord I peeked in on In part, the exhibition that’s on until October. Next time I’ll go to see Hirst. Too bad I didn’t get to see something at the cinema, a film as nostalgic as its green velvet armchairs would have completed my trip somehow.

It’s such a wonderful place, Fondazione Prada. If I were Miuccia, I’d hold all my fashion shows here. (I know… I already told you that. Where’s that hammer?)

    1. I wear Zara jumpsuit, American Apparel tshirt, Valentino vintage bag, Prada sandals

    1. Written by Daniela Zuccotti

      Photo by Alessandro Lo Faro

      Gif via tumblr.com

      Location: Fondazione Prada

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